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NAZZARENO LUIGI TODARELLO
(Novi
Ligure,
1949)
Anima chiara, donna mia che vieni
dalle terre d’Oriente come il fuoco
del sole che al mattino per un poco
sembra bruciare, fai vani i veleni
del giorno e della notte, i miei osceni
artifici li termini col fioco
sussurrare: “chi se non io?”. Trasloco
nel tuo cuore per sempre. Ora di beni
ho pieni i ripostigli, adesso i tanti
avidi replicanti, orrido branco
di esattori arroganti, adesso non
pretenderanno ancora che in contanti
io paghi con il cuore, adesso con
la tua difesa mi presento al banco.

Un crac esistenziale, bancarotta
con fraudolenta mente, dolcemente
hai riportato in pari. Io, tenente
nulla in quanto a sentimenti, interrotta
la rapida via di fuga, la frotta
dei creditori alle calcagna, niente
al saldo possedevo. Oscuramente
pensavo e con sollievo alla ridotta
risorsa dei miei anni. Con un solo
anno amoroso, mio risanamento,
hai messo i conti a posto, il tuo ruolo
è stato un vero commissariamento
d’urgenza del mio cuore, dal vetriolo
sfigurato, sbatacchiato dal vento.

Il mio peremptum credo eccolo qua:
il niente preferivo alla veniente
nefandità degli ultimatum. Dente
del tempo, barnum dei ricordi, fra
libertà e solitudine. Il mio ma
sei stata tu, mia dolce, col presente
del corpo inconfutabile, aderente
alle forme del perentorio “qua
son’io”. A perdifiato l’incolmabile
allora s’è colmato. Io artigliato
d’amore, dal mio sogno miserabile
alla tua quiddità mi sono dato.
Ora nelle tue mani un non frodabile
mio tempo vivo a te come conflato.

Occhi, capelli, pelle, collo, amore,
niente di te mi lascia indifferente.
Labbra, seno, capezzoli, odore,
il tuo corpo è come un microambiente
adattissimo all’orso che io sono.
Mi sono acclimatato, cacciatore
di salmoni, goloso del tuo miele.
Annuso, raspo, scavo, le miscele
cercando dei profumi tuoi, pensando
col naso e con le mani, con la mente
che non capisce come è stato, quando
è stato che la scorza intellettuale
s’è spaccata per il lungo lasciando
libero finalmente il mio animale.

Fratelli della notte, replicanti
mùtili che ai tanti ancora non morti
desideri date corpo, consorti
dell’anima, dell’io che al suo Ognissanti
per tempo è giunto come nei suoi porti
la invencible armada dopo i tanti
disastri e le tempeste, agli umilianti
annali consegnati, i miei torti
pensieri adesso lasciano quel posto
ch’è stato loro. Adesso che è rimesso
ogni peccato, anche se m’accosto
a quell’età ch’è l’ultima, all’amplesso
m’abbandono del fausto Ferragosto
ai fuochi fatui di mia Risurresso.

Bianco come il lenzuolo, più vibrante
del bianco del lenzuolo anche quando
il lume della notte col suo blando
chiaro lo increspa, è il tuo corpo amante
sotto il mio corpo. Tremi dalle piante
alle foglie, il tuo cervello è un glissando
di gioia e di paura nello sbando
dell’anima. Con le tue mani affrante
difendi e no l’alterità dell’io
che sente che si perde, vuoi e non vuoi
scioglierti, scivolare nell’oblìo
del corpo unico, là dove i tuoi
appigli più non trovi, dove il mio
e il tuo cuore si sfanno al folgorìo.
SONETTI D'AMORE CONIUGALE,
latorre editore 2010
Voce Nazzareno Luigi Todarello
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