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EUGENIO MONTALE
(Genova 1896 - Milano 1981)
Tempi di
Bellosguardo
Lo sai: debbo
riperderti e non posso
Portami il
girasole ch'io lo trapianti
TEMPI
DI
BELLOSGUARDO
Oh come lą nella corusca distesa che s'inarca verso i colli, il brusģo della sera s'assottiglia e gli alberi discorrono col trito mormorio della rena; come limpida s'inalvea lą in decoro di colonne e di salci ai lati e grandi salti di lupi nei giardini, tra le vasche ricolme che traboccano, questa vita di tutti non pił posseduta del nostro respiro; e come si ricrea una luce di ząffiro per gli uomini che vivono laggił: č troppo triste che tanta pace illumini a spiragli e tutto ruoti poi con rari guizzi su l'anse vaporanti, con incroci di camini, con grida dai giardini pensili, con sgomenti e lunghe risa sui tetti ritagliati, tra le quinte dei frondami ammassati ed una coda fulgida che trascorra in cielo prima che il desiderio trovi le parole!
***
Derelitte sul poggio fronde della magnolia verdibrune se il vento porta dai frigidari dei pianterreni un travolto concitamento d'accordi ed ogni foglia che oscilla o rilampeggia nel folto in ogni fibra s'imbeve di quel saluto, e pił ancora derelitte le fronde dei vivi che si smarriscono nel prisma del minuto, le membra di febbre votate al moto che si ripete in circolo breve: sudore che pulsa, sudore di morte, atti minuti specchiati, sempre gli stessi, rifranti echi del batter che in alto sfaccetta il sole e la pioggia, fugace altalena tra vita che passa e vita che sta, quassł non c'č scampo: si muore sapendo o si sceglie la vita che muta ed ignora: altra morte. E scende la cuna tra logge ed erme: l'accordo commuove le lapidi che hanno veduto le immagini grandi, l'onore, l'amore inflessibile, il giuoco, la fedeltą che non muta. E il gesto rimane: misura il vuoto, ne sonda il confine: il gesto ignoto che esprime se stesso e non altro: passione di sempre in un sangue e un cervello irripetuti; e fors'entra nel chiuso e lo forza con l'esile sua punta di grimaldello.
***
Il rumore degli émbrici
distrutti dalla bufera nell'aria dilatata che non s'incrina, l'inclinarsi del pioppo del Canadą, tricuspide, che vibra nel giardino a ogni strappo - e il segno di una vita che assecondi il marmo a ogni scalino come l'edera diffida dello slancio solitario dei ponti che discopro da quest'altura; d'una clessidra che non sabbia ma opere misuri e volti umani, piante umane; d'acque composte sotto padiglioni e non pił irose a ritentar fondali di pomice, č sparito? Un suono lungo dąnno le terrecotte, i pali appena difendono le ellissi dei convolvoli, e le locuste arrancano piovute sui libri dalle pergole; dura opera, tessitrici celesti, ch'č interrotta sul telaio degli uomini. E domani...
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LE OCCASIONI, 1939
Voce Nazzareno Luigi Todarello
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Lo sai: debbo riperderti e non posso.
Come un tiro aggiustato mi sommuove
ogni opera, ogni grido e anche lo spiro
salino che straripa
dai moli e fa l'oscura primavera
di Sottoripa.
Paese di ferrame e alberature
a selva nella polvere del vespro.
Un ronzģo lungo viene dall'aperto,
strazia com'unghia ai vetri. Cerco il segno
smarrito, il pegno solo ch'ebbi in grazia
da te.
E
l'inferno č certo.
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MOTTETTI, 1939
Voce Nazzareno Luigi Todarello

Portami il girasole ch'io
lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo l'ansietą del suo volto giallino.
Tendono alla chiaritą le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
č dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
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OSSI DI SEPPIA, 1925
Voce Nazzareno Luigi Todarello
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