Sempre
caro mi fu quest'ermo
colle, E questa siepe, che da
tanta parte Dell'ultimo orizzonte il
guardo esclude. Ma sedendo e mirando,
interminati Spazi di là da quella, e
sovrumani Silenzi, e profondissima
quiete Io nel pensier mi fingo;
ove per poco Il cor non si spaura. E
come il vento Odo stormir tra queste
piante, io quello Infinito silenzio a
questa voce Vo comparando: e mi
sovvien l'eterno, E le morte stagioni, e
la presente E viva, e il suon di
lei. Così tra questa Immensità s'annega il
pensier mio: E il naufragar m'è dolce
in questo mare.
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CANTI, XII
LA SERA DEL DÌ DI FESTA
Dolce
e chiara è la notte e senza vento, E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti Posa la luna, e di lontan rivela Serena ogni montagna. O donna mia, Già tace ogni sentiero, e pei balconi Rara traluce la notturna lampa: Tu dormi, che t’accolse agevol sonno Nelle tue chete stanze; e non ti morde Cura nessuna; e già non sai nè pensi Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Appare in vista, a salutar m’affaccio, E l’antica natura onnipossente, Che mi fece all’affanno. A te la speme Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. Questo dì fu solenne: or da’ trastulli Prendi riposo; e forse ti rimembra In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti Piacquero a te: non io, non già ch’io speri, Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo Quanto a viver mi resti, e qui per terra Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi In così verde etate! Ahi, per la via Odo non lunge il solitario canto Dell’artigian, che riede a tarda notte, Dopo i sollazzi, al suo povero ostello; E fieramente mi si stringe il core, A pensar come tutto al mondo passa, E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito Il dì festivo, ed al festivo il giorno Volgar succede, e se ne porta il tempo Ogni umano accidente. Or dov’è il suono Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido De’ nostri avi famosi, e il grande impero Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio Che n’andò per la terra e l’oceano? Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Il mondo, e più di lor non si ragiona. Nella mia prima età, quando s’aspetta Bramosamente il dì festivo, or poscia Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia, Premea le piume; ed alla tarda notte Un canto che s’udia per li sentieri Lontanando morire a poco a poco, Già similmente mi stringeva il core.
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CANTI, XIII
ALLA LUNA
O graziosa
luna, io mi rammento Che, or volge l’anno, sovra questo colle Io venia pien d’angoscia a rimirarti: E tu pendevi allor su quella selva Siccome or fai, che tutta la rischiari. Ma nebuloso e tremulo dal pianto Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci Il tuo volto apparia, che travagliosa Era mia vita: ed è, nè cangia stile O mia diletta luna. E pur mi giova La ricordanza, e il noverar l’etate Del mio dolore. Oh come grato occorre Nel tempo giovanil, quando ancor lungo La speme e breve ha la memoria il corso Il rimembrar delle passate cose, Ancor che triste, e che l’affanno duri!
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CANTI, XIV
LE RICORDANZE
Vaghe stelle dell'Orsa,
io non credea Tornare ancor per uso a
contemplarvi Sul paterno giardino
scintillanti, E ragionar con voi dalle
finestre Di questo albergo ove
abitai fanciullo, E delle gioie mie vidi
la fine. Quante immagini un
tempo, e quante fole Creommi nel pensier
l'aspetto vostro E delle luci a voi
compagne! allora Che, tacito, seduto in
verde zolla, Delle sere io solea
passar gran parte Mirando il cielo, ed
ascoltando il canto Della rana rimota alla
campagna! E la lucciola errava
appo le siepi E in su l'aiuole,
susurrando al vento I viali odorati, ed i
cipressi Là nella selva; e sotto
al patrio tetto Sonavan voci alterne, e
le tranquille Opre de' servi. E che
pensieri immensi, Che dolci sogni mi spirò
la vista Di quel lontano mar,
quei monti azzurri, Che di qua scopro, e che
varcare un giorno Io mi pensava, arcani
mondi, arcana Felicità fingendo al
viver mio! Ignaro del mio fato, e
quante volte Questa mia vita dolorosa
e nuda Volentier con la morte
avrei cangiato.
Né mi diceva il cor che
l'età verde Sarei dannato a
consumare in questo Natio borgo selvaggio,
intra una gente Zotica, vil; cui nomi
strani, e spesso Argomento di riso e di
trastullo, Son dottrina e saper;
che m'odia e fugge, Per invidia non già, che
non mi tiene Maggior di sé, ma perché
tale estima Ch'io mi tenga in cor
mio, sebben di fuori A persona giammai non ne
fo segno. Qui passo gli anni,
abbandonato, occulto, Senz'amor, senza vita;
ed aspro a forza Tra lo stuol de'
malevoli divengo: Qui di pietà mi spoglio
e di virtudi, E sprezzator degli
uomini mi rendo, Per la greggia ch'ho
appresso: e intanto vola Il caro tempo giovanil;
più caro Che la fama e l'allor,
più che la pura Luce del giorno, e lo
spirar: ti perdo Senza un diletto,
inutilmente, in questo Soggiorno disumano,
intra gli affanni, O dell'arida vita unico
fiore.
Viene il vento recando
il suon dell'ora Dalla torre del borgo.
Era conforto Questo suon, mi
rimembra, alle mie
notti, Quando fanciullo, nella
buia stanza, Per assidui terrori io
vigilava, Sospirando il mattin.
Qui non è cosa Ch'io vegga o senta,
onde un'immagin dentro Non torni, e un dolce
rimembrar non sorga. Dolce per sé; ma con
dolor sottentra Il pensier del presente,
un van desio Del passato, ancor
tristo, e il dire: io
fui. Quella loggia colà,
volta agli estremi Raggi del dì; queste
dipinte mura, Quei figurati armenti, e
il Sol che nasce Su romita campagna, agli
ozi miei Porser mille diletti
allor che al fianco M'era, parlando, il mio
possente errore Sempre, ov'io fossi. In
queste sale antiche, Al chiaror delle nevi,
intorno a queste Ampie finestre sibilando
il vento, Rimbombaro i sollazzi e
le festose Mie voci al tempo che
l'acerbo, indegno Mistero delle cose a noi
si mostra Pien di dolcezza;
indelibata, intera Il garzoncel, come
inesperto amante, La sua vita ingannevole
vagheggia, E celeste beltà fingendo
ammira.
O speranze, speranze;
ameni inganni Della mia prima età!
sempre, parlando, Ritorno a voi; che per
andar di tempo, Per variar d'affetti e
di pensieri, Obbliarvi non so.
Fantasmi, intendo, Son la gloria e l'onor;
diletti e beni Mero desio; non ha la
vita un frutto, Inutile miseria. E
sebben vòti Son gli anni miei,
sebben deserto, oscuro Il mio stato mortal,
poco mi toglie La fortuna, ben veggo.
Ahi, ma qualvolta A voi ripenso, o mie
speranze antiche, Ed a quel caro immaginar
mio primo; Indi riguardo il viver
mio sì vile E sì dolente, e che la
morte è quello Che di cotanta speme
oggi m'avanza; Sento serrarmi il cor,
sento ch'al tutto Consolarmi non so del
mio destino. E quando pur questa
invocata morte Sarammi allato, e sarà
giunto il fine Della sventura mia;
quando la terra Mi fia straniera valle,
e dal mio sguardo Fuggirà l'avvenir; di
voi per certo Risovverrammi; e
quell'imago ancora Sospirar mi farà,
farammi acerbo L'esser vissuto indarno,
e la dolcezza Del dì fatal tempererà
d'affanno.
E già nel primo giovanil
tumulto Di contenti, d'angosce e
di desio, Morte chiamai più volte,
e lungamente Mi sedetti colà su la
fontana Pensoso di cessar dentro
quell'acque La speme e il dolor mio.
Poscia, per cieco Malor, condotto della
vita in forse, Piansi la bella
giovanezza, e il fiore De' miei poveri dì, che
sì per tempo Cadeva: e spesso all'ore
tarde, assiso Sul conscio letto,
dolorosamente Alla fioca lucerna
poetando, Lamentai co' silenzi e
con la notte Il fuggitivo spirto, ed
a me stesso In sul languir cantai
funereo canto.
Chi rimembrar vi può
senza sospiri, O primo entrar di
giovinezza, o giorni Vezzosi, inenarrabili,
allor quando Al rapito mortal
primieramente Sorridon le donzelle; a
gara intorno Ogni cosa sorride;
invidia tace, Non desta ancora ovver
benigna; e quasi (Inusitata maraviglia!)
il mondo La destra soccorrevole
gli porge, Scusa gli errori suoi,
festeggia il novo Suo venir nella vita, ed
inchinando Mostra che per signor
l'accolga e chiami? Fugaci giorni! a
somigliar d'un lampo Son dileguati. E qual
mortale ignaro Di sventura esser può,
se a lui già scorsa Quella vaga stagion, se
il suo buon tempo, Se giovanezza, ahi
giovanezza, è spenta?
O Nerina! e di te forse
non odo Questi luoghi parlar?
caduta forse Dal mio pensier sei tu?
Dove sei gita, Che qui sola di te la
ricordanza Trovo, dolcezza mia? Più
non ti vede Questa Terra natal:
quella finestra, Ond'eri usata
favellarmi, ed onde Mesto riluce delle
stelle il raggio, È deserta. Ove sei, che
più non odo La tua voce sonar,
siccome un giorno, Quando soleva ogni
lontano accento Del labbro tuo, ch'a me
giungesse, il volto Scolorarmi? Altro tempo.
I giorni tuoi Furo, mio dolce amor.
Passasti. Ad altri Il passar per la terra
oggi è sortito, E l'abitar questi
odorati colli. Ma rapida passasti; e
come un sogno Fu la tua vita. Ivi
danzando; in fronte La gioia ti splendea,
splendea negli occhi Quel confidente
immaginar, quel lume Di gioventù, quando
spegneali il fato, E giacevi. Ahi Nerina!
In cor mi regna L'antico amor. Se a
feste anco talvolta, Se a radunanze io movo,
infra me stesso Dico: o Nerina, a
radunanze, a feste Tu non ti acconci più,
tu più non movi. Se torna maggio, e
ramoscelli e suoni Van gli amanti recando
alle fanciulle, Dico: Nerina mia, per te
non torna Primavera giammai, non
torna amore. Ogni giorno sereno, ogni
fiorita Piaggia ch'io miro, ogni
goder ch'io sento, Dico: Nerina or più non
gode; i campi, L'aria non mira. Ahi tu
passasti, eterno Sospiro mio: passasti: e
fia compagna D'ogni mio vago
immaginar, di tutti I miei teneri sensi, i
tristi e cari Moti del cor, la
rimembranza acerba.