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IOLANDA INSANA
(Messina,
1937)
Più
non riconcilierà Abele e Caino
goccia di mare nel suo nome
non andrà più al mare
non pescherà la paletta
sottratta dall'onda al bambino che
frigna
non toccherà acqua
con quelle dita storcinate un poco
dall'artrite
più non riderà a bocca
chiusa
con gli occhi azzurrini stretti a
fessura
quando è orgogliosa e però non dice
l'emozione
perché la figlia scalciando non lasci il
corrimano
e perda la misura
e più non scenderà le scale per
appurare
se vale comprare il palamito o la
tonnina
cantata dal banditore nel vicolo sotto
Castellaccio
non tirerà più la catenella dell'acqua
e io che sto al piano di sopra
non sentirò lo sciacquone
e se ora mi capita di sentirlo
so che la sua mano non c'entra nulla
con tutto questo gorgóglio e brontolio
di acque strozzate nelle tubature
perché realizzo che sono a Roma
e non a Messina
ma il trasalimento resta lo stesso
di quando ragazza abitavo la stanza di
sopra
e sentivo i suoi rumori
e ogni volta è un soprassalto
più non riconcilierà Abele e Caino
e a Pasqua non cucinerà l'agnello
per i figli che tornano a casa
la danza e il salto sono compiuti
Pasqua è passata e il fornello è spento
e più non mi soppeserà compunta
come fa la gatta che lecca
e accarezza con gli occhi la mìciola
smunta
non pregherà più
e la sua requie materna in pace
non riconduce più il latino
al grembo della madre
con le sillabe affrante del cuore
più non punterà dritti gli occhi
sulle facce degli amici e dei nemici
sulle feci e i pidocchi dei marmocchi
scrofolosi itterici e picciosi
sul sangallo e la fiandra
sulla tela di agave lavorata
nella contrada del camposanto
o sui dolcini di ricotta e gelsomini
e più non darà consigli
e non mi dirà non fare la baccalara
che inghiotte a bocca aperta
perché tutti si fanno i conti in tasca
con qualche rarissima eccezione
e tu non hai imparato e mai imparerai a
contare
e la vita è appesa a una foglia di
frasca
non mi proteggerà più
e più non si attarda in ciabatte sulla
soglia
quando sfrenato di voglia il cuore mi
dice di andare
e non dovrei carezzare il ghiaccio
ma non si affligge del mio errare
perché ha sempre preferito
dare
più che celando conservare
più non guarderà le stelle
nelle sere d'agosto
dal terrazzo di rose fucsie e gardenie
con vista sui Peloritani e
sull'Aspromonte
né i fuochi d'artificio sullo Stretto
per la festa della Vara
e più non strapperà dal culo ai mocciosi
il verme solitario che li
impuzzolentisce e sfiacca
mangiandosi tutta la sostanza e lo
scarso nutrimento
degli anni perniciosi dell'anteguerra
della guerra e del dopoguerra
non berrà più gazzosa
e più non offre per amore del prossimo
la solita mezza bottiglia di vino
con qualche stuzzichino di carne secca
alla vicina stizzosa con le pupille
sgranate
che bussa imbriaca alla porta
più non s'incamminerà di notte
per il pellegrinaggio alla Madonna Nera
o al santuario dell'Antennammare
e non accenderà candele contro il male ;
e i diavoli che sotto forma di vermi
entrano nella pancia di ogni mortale
e gli tolgono la luce degli occhi
aizzano la mente lo fanno demente
mortuario sotto il suo sudario
e più non mi nutrirà
a panecotto e biancomangiare
e non scoperchierà la pentola
con il bollito di capra
la buona setosa carne di capra
che non mangio da una vita
non taglierà più pelose cotogne a tozzi
e tolto il marcio e il verme
non le passerà bollenti al
setaccio
prima dell'aggiunta di zucchero
tanto quant'è il peso della polpa
e non verserà la marmellata corposa
schiarita dal limone
nelle formelle di terracotta smaltata
per caliarla al sole sul balcone di
Gravitelli
sotto veli di organza
contro l'arroganza di api vespe e
calabroni
non ci sarà più
protettiva e curativa
la sua trasparente cotognata
per la figlia ulcerosa
più non s'arrampicherà sul gelso
bianco
come nel '43 con la pancia di otto
mesi
perché golosa delle more
zuccherine
non voleva passare il segno della
voglia
al figlio che arrivò con gli alleati
e sulla chiappa sinistra ha una
stampiglia fragolosa
e più non sbuccerà a mani nude
i fichidindia tenuti al fresco sul
balcone
erano il nostro dolce
il torrone gelato d'inverno
dopo cene di borragine e olive
pecorino e fichi secchi
non farà più ricotta né l'infornerà
e più non allungherà con l'acqua
il latte grasso di pecora
che i muccosi viziati sputano
perché vogliono latte di capra
più non farà doni e più non accetta con
fervore
il mazzetto di menta fresca il tralcio
di peperoncino
o i primi fichi mulinciani che tiene in
mano
borbottando grazie ma non si doveva
disturbare
cresciuta senza madre e senza
cura
e da sempre allenata a fare e a dare
era così contenta e gratificata
che doveva immediatamente ricambiare
con un pezzetto di pecorino un quarto di
vino
qualche grammo d'olio o un panino
imbottito di pescestocco alla ghiotta
conoscendo i bisogni
dell'offerente
perché conta il gesto mi spiegava
il pensiero che si ha dell'altro
e c'è bisogno di pensarlo l'altro
per non tapparsi gli occhi
davanti all'indigenza e alla
sofferenza
rimirandosi nello specchio concavo
del proprio ombelico
non conta la cosa che si dà o si riceve
conta la creatura a cui si pensa e si dà
la cosa
e per non sbagliare è sempre meglio dare
che contare
e più non mi aspetterà
con le sarde a beccafico pronte
per la cena del ritorno
e non dirà mangia mangia
che sei troppo magra
non sarà più qui
in questa contristata città
un tempo detta babba
nelle umide stanze dello scagno
accanto ai sacchi di carbonella per il
focolare
le cannizze per caliare pomodori e fichi
i bidoni militari americani pieni
d'acqua potabile dei Peloritani
e sarà lì dove correva ragazza
e a maggio spicchiava arance amare
più non parlerà
e non ci sono tenaglie per tirare la
lingua
quando la morte vince e inghiotte la
parola
ma ricordarsi e scambiarla di contrada
in contrada
sguittìo sussurro fremito di corde o
balbettìo
e sia la morte padrona assoluta
dell'ultimo fiato.
non farà più giorno
e più non accende la luce
più non avrà colpi per la giostra
e più non lancia anelli al pesce rosso
non raccoglierà più gladioli in mezzo al
grano
e più non strappa al gelso foglie per i
bachi
più non si toglierà le spine
e più non succhia favi di miele
non schiaccerà più noci con le
mani
e più non apre cozze col coltello
più non perdonerà
e più non accoglie il nemico
non sceglierà più gelato di fragola e
limone
e più non sviene
più non tirerà la vita alla
vita
e più non dà l'acqua ai fiori di cera
non metterà più capperi sotto sale
e più non ammolla il tonno salato di
Milazzo
più non si scrollerà colpe
e più non ha vergogna
non intreccerà più corone di sorbe
e più non scioglie nodi e fiere contorte
più non si sbilancerà per acchiappare
il bambino che cade
e più non cade inciampando nel tombino
non andrà più in giardino
e più non resta chiusa nella casa
fortino
più non sentirà la katabba di
sant'Agata
e più non fa la novena
non ci sarà non ci sarà e ci sarà
finché c'è la parola che la dice
non fa
nulla può fare nulla può più fare
e nel sogno ha fame e chiede cibo
più non accudisce né picchia
TUTTE LE POESIE, Garzanti 2006
Voce Nazzareno Luigi Todarello
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