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Caio Valerio Catullo (Verona 84 ca. a.C. - Roma 54 ca. a.C.)
55 POESIE D'AMORE E D'ODIO trad. Nazzareno Luigi Todarello LATORRE editore, 2008
IL CANZONIERE EROTICO
PIU' INFUOCATO DELL'ANTICHITA'
I.
Cui dono
lepidum novum libellum
latino
A chi
dedicherò questo libretto,
nuovissimo
e prezioso, ancora lucido
di pietra
pomice? A te, Cornelio,
che alle
piccole mie cose dai valore
fin da
quando, tu solo, osavi mettere
in tre
pesanti e dottissimi tomi
tutta, mio
dio, la storia universale.
Per quel
poco che vale, il mio libretto
consideralo tuo. E tu, musa,
Ehi,
passero, delizia della mia
ragazza!
Lei ti tiene sul suo seno,
gioca con
te, ti provoca col dito,
che tu
becchi rabbioso. Il desiderio
incandescente trova un non so che
di requie
in questo gioco, quando il fuoco
che m’arde
s‘acquieta. Ah, fammi giocare
con te,
come fa lei, per strapparmi
III.
Lugete, o
Veneres Cupidinesque,
latino
Piangi,
Venere, e piangi tu, Cupìdo,
piangete
tutti, uomini gentili:
il passero
che lei, la mia ragazza,
amava più
degli occhi, non c’è più!
E’ morto
l’uccellino del mio amore!
Come un
bambino la riconosceva,
le
saltellava intorno e non voleva
allontanarsi mai. Solo per lei
cinguettava. Ora cammina in silenzio
lungo la
via oscura da cui nessuno
fa mai
ritorno. Sia maledetta
la morte
senza cuore che divora
tutte le
cose belle! Il passerotto,
il povero
uccellino, non c’è più!
Piange la
mia ragazza e i suoi occhi,
V.
Vivamus,
mea Lesbia, atque amemus,
latino
Viviamo
nell’amore, Lesbia mia!
E i vecchi
astiosi e i loro brontolii
non
valgano per noi neanche un centesimo.
Ogni
giorno finisce e poi ritorna,
ma quando
il breve giorno della vita
avrà visto
il tramonto, dormiremo
una notte
senza fine. Ora dammi
mille
baci, poi cento e poi altri mille,
e ancora
cento, mia cara, e ancora mille.
Quando
saranno cento volte mille
confonderemo i conti, che nessuno
possa
farci il malocchio, conoscendo
VII.
Quaeris
quot mihi basiationes
latino
Quando
sarò sazio di baci? Questo
mi chiedi,
mia Lesbia? Quando saranno
tanti come
i granelli delle dune
che
assediano i filari di Cirene,
tra il
rovente oracolo di Giove
e l’urna
sacra dell’antico Batto;
quando
saranno tante come in cielo,
nel
silenzio della notte, le stelle
che
guardano dall’alto degli uomini
gli amori
clandestini. Ecco, tu baciami
con così tanti baci che i pettegoli
non
possano contarli e far malie.
VIII.
Miser Catulle, desinas ineptire,
latino
Ah, povero
Catullo, cosa speri?
Quando una
cosa è finita, è finita.
Come il
sole brillarono i tuoi giorni,
quando
colei, che tu amasti come
nessuna al
mondo mai sarà più amata,
diceva “vieni” e tu, pronto, correvi.
Nessun
gioco d’amore ti negava:
ciò che
volevi tu, lei lo voleva.
Come il
sole brillarono i tuoi giorni!
Ora non
vuole più e tu sii forte,
non
inseguirla come un accattone.
Se ti ha
lasciato, lasciala, che vada!
Addio,
ragazza, vedi, il tuo Catullo
resiste.
Non verrò mai più a cercarti,
non ti
voglio per forza, però tu,
ora che
non ti voglio, piangerai.
Che cosa
ti darà di più la vita?
Chi ti
amerà? Di chi sarai l‘amante?
Chi
bacerai? Chi morderà le labbra…
XVI.
Pedicabo ego vos et inrumabo,
latino
A te in
bocca e a te dritto nel culo
voglio
ficcarvelo, Aurelio e Furio.
Pensate,
succhiacazzi e rottinculo,
che sia
dei vostri perché ho scritto qualche
verso
libidinoso? Il poeta
deve
essere casto, ma chi ha detto
che lo
devono essere i suoi versi?
Se non
fossero lascivi e spudorati
sarebbero
scipiti e senza nerbo,
incapaci
di farglielo grattare,
non dico
ai ragazzini, ma ai pelosi
scimmioni
che non danno più di schiena.
Ma voi,
perché leggete, brutte checche,
di
migliaia di baci, giudicate
me come un
effeminato? In bocca,
XXXII.
Amabo, mea
dulcis Ipsitilla,
latino
Amore mio,
Ipsitilla, io ti prego,
fichetta
mia, delizia, di aspettarmi:
oggi vengo
da te, nel pomeriggio.
Dimmi di
sì, tesoro, non sprangare
la porta e
non uscire, resta in casa
e tienti
pronta. Almeno nove volte
ho voglia
di scoparti. Anzi, se vuoi,
dimmi “vieni” soltanto e arrivo subito.
Son qui,
sdraiato dopo pranzo, e supino
LVIII.
Caeli,
Lesbia nostra, Lesbia illa,
latino
Ah, Celio,
la mia Lesbia, la mia Lesbia
quella
Lesbia che ho amato
più di
ogni cosa e di me stesso, quella,
agli
angoli di strada e nei vicoli
ora lo
succhia a tutti quanti i figli
LXXV.
Huc est mens deducta tua, mea Lesbia, culpa,
latino
Ah, il
cuore, Lesbia mia, il mio cuore,
troppo
pazzo di te, ha consumato
ogni sua
forza ad esserti fedele.
Anche se
cambierai,
non potrà
più teneramente amarti
né, per
quanto tu faccia,
LXXXIII.
Lesbia mi
praesente viro mala plurima dicit:
latino
Presente
suo marito, mi ricopre
di
ingiurie, la mia Lesbia. Lui è contento,
gongola di
felicità, il cazzone.
Ehi,
cervello di mulo, stesse zitta,
sarebbe
chiaro segno ch’è finita.
Se grida e
se straparla,
vuol dire
che ricorda. Se è rabbiosa,
LXXXV.
Odi et
amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
latino
Come può essere?, mi chiedi.
Io non lo
so,
ma sento
che è così
LXXXIX.
Gellius est tenuis: quid ni? cui tam bona mater
latino
E’ uno
scheletro, Gellio! Ma per forza!
Con una
madre grande scopatrice
e una
sorella fica come poche!
Con uno
zio cornuto e stracontento
e tutta
quella schiera di cugine,
e
procugine, e parentelle varie,
come fa a
non essere uno scheletro
Anche se
scopa soltanto in famiglia,
XCII.
Lesbia mi
dicit semper male nec tacet umquam
latino
Mi copre
d’insulti la mia Lesbia
e non tace
un secondo: mi ama!
Io copro
lei d’insulti: che muoia
XCVI.
Si quicquam mutis gratum acceptumve sepulcris
latino
Se
qualcosa di noi, Calvo, può giungere
fino al
silenzio delle tombe, se
il tenero
pianto di nostalgia
può lambirle con dolcezza, Quintilia,
vedendo le
tue lacrime, si placa
nel
ricordo dell’amore e dimentica
CI.
Multas per
gentes et multa per aequora vectus
latino
Ah
fratello, fratello! Trascinato
per molte
genti
e per molti mari,
sono
arrivato qui. Ecco le offerte
che si
devono ai morti, nudi riti
d’addio,
parole vane per le ceneri
silenziose.
Brutalmente il destino
ti ha
rapito a me, povero fratello.
Ora non
restano che gli antichi onori
dei padri
che tristemente ti rendo
e le
parole d’addio:
per sempre,
CIX.
Iocundum,
mea vita, mihi proponis amorem
latino
un amore
senz’ombre e senza fine.
Che tu
parli col cuore e che mantenga
la tua
promessa, questo chiedo al Cielo.
Che duri
sempre e che sia sempre sacro
Voce Nazzareno Luigi Todarello
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